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 Amilasi

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Smith
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MessaggioTitolo: Amilasi   Ven 8 Gen 2010 - 10:43

Le amilasi sono enzimi fondamentali per la digestione dei carboidrati complessi, altrimenti noti come polisaccaridi (si tratta di polimeri, come l'amido ed il glicogeno, prodotti dall’aggregazione di più di dieci molecole di zuccheri semplici, come il glucosio ed il fruttosio). Le amilasi sono prodotte soprattutto dalle ghiandole salivari e dal pancreas esocrino.
A livello salivare troviamo l'enzima comunemente detto ptialina, che inizia a degradare l'amido liberando maltosio e destrine. Per questo motivo alimenti ricchi di amido ma poveri di zucchero, come le patate, il riso o il pane, se masticati a lungo diventano leggermente dolci. In generale, comunque, data la scarsa permanenza del cibo nel cavo orale, tale passaggio assume scarsa rilevanza a fini digestivi.
Il pH ottimale a cui operano le amilasi varia tra 6.7 e 7, motivo per cui nell'ambiente decisamente acido dello stomaco (pH 1.5-3) la ptialina viene lentamente inattivata. Questo enzima, inoltre, non riesce a digerire l'amido contenuto nei granuli, motivo per cui è efficace solo se l'alimento viene cotto. Se l'amido è crudo, l'acidità gastrica favorisce la rottura dei granuli in cui è racchiuso, facilitando la successiva azione delle amilasi pancreatiche.
Lo stomaco non produce amilasi. A livello duodenale (primo tratto del tenue), tuttavia, si riversa il succo pancreatico contenente diversi enzimi digestivi tra cui le già citate alfa-amilasi. Queste molecole proteiche, al pari della ptialina, attaccano la catena glucosidica dell'amido in siti casuali, scindendo alternativamente i legami glucosidici di tipo α-1,4 (lineari), così da formare molecole di maltosio ed alcune di glucosio. Le amilasi non possono invece idrolizzare i legami di tipo α-1,6 (ramificati) presenti nella struttura dell'amilopectina (ricordiamo, brevemente, che l'amido è costituito da due polimeri del glucosio, uno lineare, chiamato amilosio, ed uno contenente dei punti di ramificazione, chiamato amilopectina). L'azione amilasica porta alla formazione di maltosio e glucosio a partire dall'amilosio, e maltosio, glucosio e "destrine limite" a partire dall'amilopectina. Queste ultime contengono i siti di ramificazione che, non potendo essere digeriti dalle amilasi, vengono attaccati da specifici enzimi, detti destrinasi (1,6 glicosidasi), presenti nell'orletto a spazzola. Allo stesso livello sono presenti altri specifici enzimi, in grado di digerire i disaccaridi come l'amilosio ed il lattosio, liberando mondosaccaridi finalmente disponibili per l'assorbimento.
Per questa sua azione, l'alfa-amilasi viene molto utilizzata nell'industria alimentare. Nella preparazione del pane, ad esempio, questo enzima genera zuccheri, che vengono fermentati dai lieviti con produzione di anidride carbonica (utilissima per accelerare il processo di lievitazione).

info reperite in rete.

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Elena



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MessaggioTitolo: Re: Amilasi   Mer 13 Gen 2010 - 16:19

"Fisiologia della risata"

Se osserviamo una persona in preda ad uno "scoppio di riso" possiamo

notare che la sua faccia appare deformata: bocca aperta a mostrare i denti, narici dilatate, occhi stretti e luminosi. La testa e il corpo si muovono alternativamente avanti e indietro. Le spalle si sollevano e si abbassano. La tensione del torace può essere persino dolorosa. La respirazione è convulsa, fatta soprattutto di emissioni d'aria a scatto con sonore vocalizzazioni, seguite da lunghe inspirazioni e conseguente rilassamento. E' il diaframma che, sussultando violentemente, guida questo tipo di respirazione. Le mani spesso corrono al ventre, quasi a sorreggerlo e comprimerlo. Le funzioni digestive sono prepotentemente attivate. I muscoli dell'addome tendono, nella fase seguente a rilassarsi,così come la vescica. Se potessimo misurare il polso in questo momento all'individuo in questione, potremmo contare fino a circa centoventi, mentre se facessimo un prelievo di sangue potremmo individuare delle beta endorfine. Inoltre il cervello è molto irrorato di sangue, anche grazie all'azione dei muscoli facciali che si contraggono e si rilassano.

Lo "scoppio di riso" può quindi essere paragonato ad un vero e proprio sconquasso generale!.

Attraverso i due principali sensi, vista e udito, il cervello rileva uno stimolo risorio che colpisce quella zona del cervello deputata a riconoscere situazioni come questa e scatenare in risposta, il riso.

Così dal talamo e dai nuclei lenticolari e caudali del cervello parte l'impulso del riso che arriva ai nervi facciali, i quali stimolano a loro volta i muscoli risorio e zigomatico.

Più l'impulso è forte e più arriva lontano, fino al diaframma, ai muscoli dell'addome.

Così, il riso scende dall'alto al basso, dalla mente cosciente all'istinto viscerale.

Quando la risata cessa, assieme al necessario respiro profondo che viene effettuato, inizia un piacevole e benefico stato di rilassamento, nel quale cambia anche la composizione del sangue, cioè dell'energia biochimica concentrata che ci pervade.

I benefici del riso

Nell'immaginario popolare il sangue è sempre stato la fotografia dello stato psicosomatico della persona. Si attribuisce un "temperamento sanguigno" ad una persona passionale, talvolta collerica; del resto si invita a non "guastarsi il sangue", cioè a non prendersela così tanto.

Queste espressioni hanno certamente ereditato il pensiero di Ippocrate e Galeno, che attribuivano a certi umori la potenzialità di migliorare o peggiorare la salute: pensavano che l'umore malinconico, per esempio andasse a impregnare il sangue di sostanze velenose, mentre si attribuiva al ridere, già allora, la funzione liberatoria di sostanze benefiche.

Questa tradizione degli umori può essere ricollegata alle più recenti scoperte: la scienza di oggi ha così confermato le antiche sapienze.

Il cervello contiene più di dieci miliardi di cellule nervose. Moltissime connessioni si agganciano ad altri neuroni per portare notizie.

Ogni neurone ha una sua specializzazione. Quando la membrana di un neurone viene stimolata da un impulso elettrico, la cellula produce una variazione di potenziale che eccita la sua membrana e permette il passaggio dell'impulso ad una cellula vicina.

L'impulso elettrico può essere paragonato ad uno "spruzzo" costituito da neurotrasmettitori:l'acetilcolina, l'adrenalina e l'endorfina, tra gli altri.

Se, ad esempio, riceviamo una notizia non troppo piacevole, si scatena una reazione furibonda: la midollare del surrene si attiva, attraverso le fibre nervose del sistema simpatico. Il midollo inizia a pompare adrenalina, noradrenalina, dopamina e queste sostanze producono alterazioni biologiche significative: sale la pressione, il cuore pulsa veloce, le nostre difese interne si abbassano, soprattutto prendono vigore i Natural Killer e così siamo più vulnerabili alla malattia.

Se, al contrario riceviamo una notizia piacevole o ci raccontano una barzelletta, al termine dello scoppio di riso si ha un rilascio di endorfina, detta anche "oppioide endogeno".

Gli effetti dell'endorfina scatenata dal ridere sono quattro: calmante, antidolorifico, euforizzante e immunostimolante.

Le reti neuronali

La salute psico-fisica è uno stato di equilibrio tra i sottosistemi simpatico e parasimpatico, che hanno azioni antagoniste nei diversi organi.

Situazioni stressanti prolungate nel tempo, si riflettono sul sistema nervoso, alterando quell'equilibrio: a seconda che predomini il simpatico o il parasimpatico il battito cardiaco è accelerato, la pressione arteriosa sale o è insufficiente, i muscoli possono essere contratti o atonici. Si può, di conseguenza, avere mal di testa, ansia, crampi, dolori in tutto il corpo oppure si può avvertire una sorta di passività interiore.

I neurotrasmettitori stimolano i neuroni permanentemente o a brevi intervalli, cosicché aumentano i punti di contatto tra i neuroni, accorciando distanza e tempo di trasmissione del messaggio.

Così nascono le abitudini: più spesso viviamo un'emozione, più spesso siamo spinti a viverla. Si creano dei veri e propri circuiti permanenti e sempre attivi.

Importante per provocare il cambiamento è fabbricare nuove reti neuronali, non riuscendo a sradicare completamente quelle vecchie; allacciare, accanto ai precedenti, nuovi sentieri per diversi neurotrasmettitori.
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Elena



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MessaggioTitolo: Re: Amilasi   Mer 13 Gen 2010 - 16:48

continuiamo a parlare del sistema immunitario...

Ricerca: scoperto il "bacio" che risveglia le difese immunitarie



“Tutta l’esistenza del linfocita è votata alla continua ricerca di un partner. Soltanto incontrando una cellula in grado di dare i segnali giusti potrà esprimere tutte le sue capacità”, spiega la prof.ssa Antonella Viola, ricercatrice di Humanitas che alla guida di un’équipe di scienziate studia da anni il rapporto tra neoplasie e sistema immunitario. “Il contatto avviene attraverso la sinapsi immunologica. Potremmo dire che tutto comincia con un bacio, simile in un certo senso a quello tra esseri umani, perché è carico di informazioni chimiche, che scatenano una serie di reazioni complesse”.
I cui segreti di questo meccanismo sono stati, in parte, svelati dal gruppo di ricercatrici italiane. L’incontro “fatale” avviene tra i linfociti e le cellule dendritiche che svolgono un fondamentale servizio di sorveglianza, pattugliando ininterrottamente le aree periferiche dei nostri tessuti, alla ricerca di elementi pericolosi. Incontrato un invasore provvedono a inglobarlo, a “smontare” alcune sue porzioni particolarmente rappresentative e a esporle sulla loro superficie. A questo punto, per lanciare l’allarme ed far scattare il sistema difensivo, le cellule dendritiche raggiungono i linfonodi dove “baciano” i linfociti e li attivano, trasmettendo le informazioni presenti sulla loro membrana. È un momento estremamente delicato, come spiega Antonella Viola: “Dal tipo di segnali che vengono scambiati dipende l’avvio della risposta immunitaria. Un errore potrebbe rendere l’organismo tollerante a un pericoloso invasore che, a quel punto, potrebbe diffondersi indisturbato. Oppure, la cellula dendritica potrebbe presentare come bersaglio elementi appartenenti all’organismo stesso, provocando reazioni autoimmuni estremamente dannose”.
Proprio per limitare al massimo questo tipo di errori si è evoluto un meccanismo di comunicazione estremamente sofisticato, che richiede l’intervento di molteplici segnali, ognuno con una funzione particolare. “I linfociti hanno un recettore, chiamato Tcr, che riconosce le molecole estranee esposte sulle cellule dendritiche e, quindi, costituisce il primo stimolo. Inoltre, abbiamo recentemente scoperto che nella sinapsi immunitaria interviene anche una molecola chiamata CD28, che contribuisce ad amplificatore il segnale e, senza la quale non potrebbe attivarsi il meccanismo”. Questa particolare molecola crea intorno al recettore dei linfociti un ambiente lipidico protetto in cui il segnale può essere trasferito integralmente, senza perdere preziose informazioni. In sostanza è come se il CD29 creasse un’isolante attorno a un filo elettrico, per impedisce alla corrente di disperdersi e permettergli di arrivare a destinazione con la giusta intensità. “In realtà queste sono soltanto alcuni dei segnali implicati nella sinapsi immunologica. Sappiamo che ne esistono moltissimi e che tutti assieme, opportunamente modulati, producono l’attivazione dei linfociti”, conclude Antonella Viola. “Stabilire quali sono gli stimoli davvero determinanti e in che misura influenzano il fenomeno è uno dei nostri prossimi obiettivi”.

I soldati addormentati
L’attivazione della risposta immunitaria contro le cellule tumorali è una delle frontiere più promettenti nella lotta al cancro. Nel nostro organismo accade continuamente che i sistemi difensivi riconoscano cellule neoplastiche appena formate come elementi estranei e dannosi e provvedano rapidamente ad eliminarle. Se non fosse così il rischio di sviluppare un cancro sarebbe estremamente più elevato per ciascuno di noi. Ma allora che cosa accade quanto un tumore riesce a svilupparsi indisturbato? Come ha fatto a eludere i dispositivi di controllo e protezione? Sono queste le domande che si è posta Antonella Viola quando, alcuni anni fa, ha cominciato ad occuparsi del complesso rapporto tra neoplasie e sistema immunitario: “Quando un tumore ha raggiunto dimensioni ragguardevoli significa che ha già trovato il modo di ingannare i nostri sistemi di difesa ed è in grado di continuare a farlo. Così abbiamo concentrato le nostre indagini proprio in questa direzione e abbiamo cominciato a studiare il tumore della prostata. E per affrontare il problema nel modo più vicino alle condizioni reali, abbiamo deciso di studiare direttamente tessuti umani provenienti da pazienti operati per questo tipo di neoplasia, piuttosto che creare un modello animale”. Una scelta difficile, che ha reso necessaria l’elaborazione di un sistema di coltura idoneo a mantenere i tessuti in condizioni simili a quelle naturali. In questo modo, però, è stato possibile studiare tumori sviluppati spontaneamente, in individui con caratteristiche diverse fra loro, piuttosto che neoplasie create artificialmente in cavie da laboratorio. E i risultati non si sono fatti attendere. “Abbiamo scoperto che effettivamente un tentativo di risposta immunitaria nei confronti del tumore c’era stato. Nei tessuti prelevati erano giunti dei linfociti attivati e pronti a combattere. Ma, per qualche motivo, giacevano come ‘addormentati’. Alla fine di una prima fase dello studio, che è stato pubblicato sul The Journal of Experimental Medicine nel 2005, abbiamo dimostrato che il tumore utilizza due enzimi in grado di bloccare l’azione dei linfociti”. Il cancro ha, quindi, sviluppato un’arma sofisticatissima, capace di “narcotizzare” le truppe speciali arrivate sul posto per contrastare la sua diffusione.
A questo punto il gruppo di ricerca si è posto un obiettivo ancora più ambizioso: trovare una contromisura per risvegliare i combattenti assopiti. “Si è trattato di individuare le sostanze adatte a bloccare gli enzimi prodotti dalle cellule neoplastiche e, contemporaneamente, non tossiche per l’organismo del paziente. Abbiamo così disegnato una molecola con queste caratteristiche, che i chimici hanno sintetizzato in una serie di combinazioni diverse. Attualmente in fase di sperimentazione e ci sono già stati riscontri positivi: siamo riuscite a risvegliare i linfociti che hanno cominciato la loro azione contro le cellule tumorali. Questo però è solo il primo passo del lungo percorso necessario a trasformare queste scoperte in un farmaco disponibile a livello terapeutico”. Un risultato che, nel giro di diversi anni, potrebbe finalmente offrire un’arma efficace per il tumore della prostata, contro il quale, per ora, si può intervenire solo a livello chirurgico. Inoltre, l’alta concentrazione delle sostanze utilizzate dal tumore per addormentare i linfociti, potrebbe diventare anche un utile riferimento per la diagnosi precoce. La professoressa Viola e il suo gruppo stanno ora cercando di capire quali altre forme di neoplasia hanno in comune lo stesso fenomeno e, quindi, la stessa strategia terapeutica.


Di Carlo Falciola
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