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 Ipocondria . paturnia o malattia ?

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MessaggioTitolo: Ipocondria . paturnia o malattia ?   Mar 17 Nov 2009 - 11:29

In un articolo di qualche tempo fa, il New York Magazine li ha definiti "virtuosi dell'interpretazione dei sintomi". Ovvero individui sempre impegnati a dare ascolto ai segnali che arrivano dal loro corpo e a interpretarli in modo drammatico: un'emicrania diventa la prova di un male inguaribile al cervello, una fitta si trasforma in evidente segnale di infarto, una macchia cutanea in una probabile neoplasia.
E così via, di malanno in malanno. Sono gli ipocondriaci, persone con una paura talmente incontrollabile delle malattie da pensare continuamente di esserne affetti.
E infatti non possono leggere un supplemento dedicato alla salute, o guardare una trasmissione televisiva a tema, senza convincersi di avere il disturbo in questione. Il web poi è la loro dannazione: inseriscono i (supposti) sintomi nel motore di ricerca e da lì si avventurano in un viaggio sempre più angosciante tra siti e blog, procedendo in tempo reale a un'autodiagnosi con esito invariabilmente funesto. Anche perché, spiega la psichiatria, focalizzarsi proprio sulle patologie più serie fa parte del meccanismo distorto che regola l'approccio di un ipocondriaco al corpo e alla salute: i mali incurabili sono spesso quelli dai sintomi più vari e dunque meno facilmente identificabili. Per i quali, insomma, una smentita medica definitiva è più difficile.
Eppure, anche se per anni sono stati oggetto di scherno e di battute in stile Woody Allen (uno dei più celebri e dichiarati esponenti contemporanei della categoria), oggi le ricerche stanno dimostrando che i cosiddetti "malati immaginari" sono tali solo fino a un certo punto. L'ipocondria, cioè, va considerata e curata come una malattia a tutti gli effetti. In particolare, come un complesso fenomeno con aspetti neurochimici, biologici e psicologici.
Negli Stati Uniti è stato calcolato che il 5% dei pazienti che si rivolgono a un medico di base sia costituito da persone cronicamente preoccupate del proprio stato di salute. Tradotto in dollari, significa per il servizio sanitario una spesa annuale di circa 20 miliardi in visite e accertamenti clinici inutili. Abbastanza perché l'ipocondria non sia più considerata una "paturnia" o una questione da liquidare sbrigativamente, come pensavano già i Greci collegandola alla melanconia e ritenendo che la ragione fosse da cercare in una disfunzione degli "ipocondri" (da qui il nome), ossia la zona "sotto le coste" dove avrebbero avuto sede le passioni viscerali. Oggi gli studiosi ritengono invece l'ipocondria un disturbo del sistema neurovegetativo che ha molti punti di contatto con altre malattie come l'ansia, la sindrome ossessivo-compulsiva e la depressione (si stima che il 70% degli ipocondriaci sia anche depresso). In comune con quelle patologie ha tanto alcuni meccanismi psicologici "di innesco", quanto il fatto di incidere pesantemente sullo stile di vita e sulle relazioni sociali di chi ne soffre.

Tanti malanni immaginari per una malattia reale
Se in campo letterario e cinematografico chi è ossessionato dalla propria salute continua a ispirare simpatia mista a commiserazione, e l'approccio scherzoso è supportato da storielle tipo quella dell'ipocondriaco che sulla lapide si fa scrivere: «Ve l'avevo detto che non mi sentivo tanto bene», o da titoli ironici come quello del volumetto di Dennis Diclaudio Io sono ipocondriaco. Guida tascabile alle orrende malattie che sicuramente hai già (Isbn); sul fronte medico invece si indaga approfonditamente sulle terapie per affrontare lo squilibrio neurochimico che porta l'ipocondriaco a focalizzare la sua attenzione sulle percezioni corporee, e contemporaneamente a interpretare in modo falsato sensazioni che in condizioni normali non sarebbero nemmeno "registrate". Sempre sul New York Times, Mark Levine ha scritto che è come se il soggetto non riuscisse a spegnere il rumore di fondo dei piccoli dolori quotidiani che altri notano a malapena. In pratica si innesca un' amplificazione percettiva per cui la preoccupazione riguardo alle malattie diventa un elemento centrale di quella che gli psicologi chiamano "immagine di sé", uno degli assi cardinali attorno a cui costruire il proprio senso di identità.

Ipocondria cronica
Naturalmente capitano a tutti dei periodi di stress più intenso in cui l'ansia sale vicino ai livelli di guardia, e in cui succede di pensare con più apprensione al proprio stato di salute e interpretare in modo forzato alcuni dei segnali che l'organismo ci invia. Altro è quando questa condizione psicologica si cronicizza (alcuni studiosi hanno fissato un termine di persistenza di almeno 6 mesi) e si articola in base a passaggi che si ripetono sempre uguali. Alcuni fattori sono di tipo "cognitivo": per esempio ci si focalizza su precisi processi fisiologici (il battito cardiaco, la respirazione...) e si inizia a esercitare un controllo costante sul corpo e a rimuginare sullo stato fisico attuale. Un altro aspetto fondamentale è la cosiddetta "distorsione cognitiva" per cui si tende sempre a concentrarsi sulla possibile spiegazione negativa dei sintomi, non prestando attenzione alle informazioni che vanno in senso opposto. Infine bisogna considerare alcuni comportamenti che possono portare a cambiamenti fisiologici, poi interpretati a loro volta come una conferma della malattia: è il caso, per esempio, della continua palpazione di una ghiandola leggermente infiammata che porta a un ingrossamento ulteriore dell'area, convincendo il soggetto che la diagnosi sia per forza catastrofica.

Quale terapia?
Peraltro si è scoperto che in molti casi chi sviluppa una personalità ipocondriaca ha avuto vicini, durante l'infanzia, degli adulti che invece di interpretare correttamente le sue emozioni ne attribuivano le cause a possibili malesseri fisici: «Non vuole entrare in acqua, forse non sta bene», «Non mangi? Avrai mal di pancia». Anche per questo l'approccio considerato più efficace per la cura dell'ipocondria è la terapia cognitivo-comportamentale (eventualmente abbinata a una cura farmacologica), ossia una forma di psicoterapia breve in cui il paziente viene aiutato a promuovere il processo di accettazione del rischio («potrei ammalarmi») ma anche a diventare consapevole del proprio terrore. A poco a poco impara così a mettere a fuoco i processi distorti che tende a innescare, e a sviluppare delle alternative non pessimistiche alle sue preoccupazioni.
A cura di
Natalia Mongardi


Fonte:http://donne.virgilio.it/benessere/salute-in-pratica/p-psiche---dintorni--p.html

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